Per l’Istat il 23 per cento della popolazione italiana è a rischio di povertà o esclusione sociale

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E ‘quanto emerge dal report dell’Istituto nazionale di Statistica, su “Condizioni di vita e reddito delle famiglie, anni 2023 – 2024”, pubblicato mercoledì 26 marzo.

Secondo quanto riportato in un articolo del quotidiano  economico- finanziario Il Sole 24 Ore,relativo ad un report dell’Istat su “Condizioni di vita e reddito delle famiglie, anni 2023 – 2024”e pubblicato oggi mercoledi 26 febbraio,  nel 2024,  il 23,1% della popolazione italiana è a rischio di povertà o esclusione sociale (nel 2023 era il 22,8%). Ovvero che si trova  in almeno una delle tre seguenti condizioni: a rischio di povertà, in grave deprivazione materiale e sociale oppure a bassa intensità di lavoro. Per l’Istituto nazionale di statistica la  quota di persone a rischio di povertà si attesta sullo stesso valore del 2023 (18,9%) e anche quella di chi è in condizione di grave deprivazione materiale e sociale rimane quasi invariata (4,6% rispetto al 4,7%). L’ articolo de “Il sole 24 Ore” , pubblicato oggi , riporta inoltre che  nel 2023, i lavoratori a basso reddito (che hanno lavorato almeno un mese nell’anno e hanno percepito un reddito netto da lavoro inferiore al 60% della mediana della distribuzione individuale del reddito netto da lavoro relativa al 2023) sono pari al 21% del totale, un valore pressoché invariato rispetto all’anno precedente. Il rischio di essere un lavoratore a basso reddito è decisamente più alto per le donne rispetto agli uomini (26,6% contro 16,8%), per gli occupati appartenenti alle classi di età più giovani (29,5% per i lavoratori con meno di 35 anni contro un valore minimo pari al 17,7% per quelli nella classe 55-64), per gli stranieri rispetto agli italiani (35,2% contro 19,3%). La condizione di basso reddito è associata anche a bassi livelli di istruzione, passando dal 40,7% per gli occupati con istruzione primaria al 12,3% per quelli con istruzione terziaria. Risulta inoltre a basso reddito il 17,1% dei lavoratori dipendenti, il 28,9% degli autonomi e il 46,6% di chi ha un contratto a termine, rispetto all’11,6% di chi ha un contratto a tempo indeterminato. L’intensità lavorativa è ovviamente un fattore determinante: l’incidenza del lavoro a basso reddito è pari all’88,8% per chi ha lavorato meno di 4 mesi nel corso dell’anno, arriva al 56,3% per chi ha lavorato tra i 4 e i 9 mesi e scende fino al 13,6% per chi ha lavorato più di 9 mesi. Nello specifico, si definisce a rischio di povertà lavorativa un individuo che vive in una famiglia a rischio di povertà e ha lavorato per più della metà dell’anno. Tale indicatore adotta dunque una definizione restrittiva di occupato, dal momento che esclude gli individui con una presenza discontinua sul mercato del lavoro e che presentano un maggior rischio di basso reddito. Nel 2024, risulta a rischio di povertà lavorativa il 10,3% degli occupati tra i 18 e i 64 anni, in lieve crescita rispetto al 9,9% del 2023. Le donne presentano un rischio di povertà lavorativa inferiore a quello degli uomini (8,3% contro 11,8%) nonostante abbiano una maggiore probabilità di avere un lavoro a basso reddito; in effetti, spesso le donne sono “seconde percettrici” di reddito da lavoro nel nucleo familiare e la bassa retribuzione non si traduce necessariamente in un rischio di povertà familiare. In generale, infatti, il rischio di povertà lavorativa tra gli occupati a basso reddito da lavoro si attesta al 37,4%, ad indicare che quasi i due terzi dei lavoratori con basso reddito non sono a rischio di povertà lavorativa. Ampio lo svantaggio degli stranieri, che risultano a rischio di povertà lavorativa nel 22,6% dei casi rispetto all’8,9% stimato per gli italiani. Le caratteristiche familiari sono molto rilevanti nel determinare la condizione di povertà lavorativa: l’indicatore risulta pari al 12,7% per le persone sole, quasi il doppio rispetto al 6,6% delle coppie senza figli. La presenza di figli accentua il rischio, che passa dall’8,1% per le coppie con un figlio al 21,7% per quelle con tre o più figli. Nel caso in cui all’interno del nucleo vi siano più percettori di reddito, l’incidenza della povertà lavorativa risulta notevolmente ridotta: se per i nuclei con un solo percettore l’indicatore è pari al 20,1%, per quelli con tre o più percettori scende fino al 5,5 per cento. – 26 marzo 2025

Fonte: Il Sole 24Ore

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